“Le gemme” vuole essere una collezione di quaderni di poesia dedicata a poeti contemporanei opportunamente selezionati, con il proposito di rappresentare una summa della loro poetica. L’intenzione è quella, infatti, di raccogliere le gemme di ogni autore per sintetizzarne il discorso poetico e, al tempo stesso, per facilitarne la diffusione attraverso un formato semplice ma elegante e di immediato impatto visivo.Nella convinzione che non è certo la quantità a determinare la qualità, Progetto Cultura ed io, abbiamo ritenuto qualificante dare vita a questa nuova iniziativa editoriale nella prospettiva di testimoniare momenti di elevata ispirazione poetica, tali da potersi legittimamente inserire nel panorama letterario contemporaneo per la loro unicità e significatività, sia dal punto di vista contenutistico che stilistico.“Le gemme”, pertanto, non vuole essere soltanto una collana di poesia, ma una teca luminosa dove i poeti possono mettere in evidenza i loro tesori.



mercoledì 17 luglio 2013

Luigi Celi su Nelle tue stanze di Marzia Spinelli

Nelle tue stanze di Marzia Spinelli è una coinvolgente plaquette che si sviluppa sulla rivisitazione poetica-
memoriale del rapporto madre-figlia, dopo la scomparsa della madre Lina.
Faccio subito riferimento alla forma del testo. La integrazione tra narratività e lirismo senza acuti e stridori, è la caratteristica più evidente della raccolta. Il verso è libero. Stilisticamente a versi brevi si alternano versi lunghi, a volte tanto lunghi da riportarsi negli accapo, endecasillabi e sottostrutture degli stessi sono ora in evidenza ora nascosti nel verso lungo. L’aggettivazione è appropriata e misurata, non si rinuncia alla punteggiatura che aiuta nella lettura ad alta voce, non si indulge in bellurie.
La raccolta è prefata dal poeta Alberto Toni, che paragonandola a  Fare e disfare - primo libro di Marzia, del 2009 - nota con acribia “l’assedio di un unico ricordo”. In versi vivi e pungenti, Marzia riaccarezza gli affetti e rivisita i tempi e i luoghi del lungo rapporto madre-figlia … “Là nella stanza vuota/cerco l’arcobaleno della casa/prediletta”. Così prende abbrivio questo diario in versi.
Dopo la tempesta del lutto c’è l’arcobaleno, nel sereno l’interiorizzazione dell’amore e del dolore si dà in rivisitazione dei ricordi a rebours! Se si sperimentano certi effetti distruttivi del tempo, lo si esorcizza consentendo all’infanzia di riemergere: “mi nascondo al Tempo/ nella traccia dell’infanzia/mi rintraccia la memoria”.
Notiamo che la poetessa non insegue i ricordi, ma è “rintracciata” da essi, come non manca di sottolineare anche Alberto Toni.
I versi iniziali sono da discesa agli inferi, in essi c’è tutto il motivo del libro … versi precipitao liquidi, perché c’è bisogno di lavare, cancellare i rimorsi e il dolore. La notte porta voci fluviali e la poesia che si fa notturna è un traghettamento del sé nel fiume dell’oblio:
“Notte, eri voce del Metauro/ a traversare la pietra rifatta/ a cancellare d’ogni paese la pena”.
La poesia della Spinelli ha consonanze caproniane, si pensi a  Il seme del piangere, dedicato alla madre del poeta, Anna Picchi, ma ritrovo analogie anche con i versi de Gli anni tedeschi: “Quali lacrime calde nelle stanze?/ Sui pavimenti di pietra una piaga/ solenne è la memoria”.
Interessanti, del libro della Spinelli, le citazioni in esergo. Gli eserghi hanno un’importante ricaduta sulla poesia e ne configurano il doppio registro poetico e metapoetico. La citazione più vicina, forse, allo spirito di questa raccolta, è nei versi di P. P. Pasolini alla madre: “Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore/ ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore”. Ci sono in esergo anche gli splendidi versi di Shakespeare: “Tu sei di tua madre lo specchio,/ ed ella in te rivive”.
L’identificazione madre-figlia, quasi al culmine di questo processo di riappropriazione fagico-simbolica del corpo scomparso, nel suo volto riflesso, è il tema della XXII poesia; essa viene in luce quando Marzia si chiede: “è il volto mio o il tuo?”; ma ci sarebbe da obiettare col Borges di una poesia del 1971: “Lo specchio non replica nessuno/ quando la casa è deserta”.
Nella bellissima poesia  Negozio di pietre (n° IX) la reiterazione del “come te” sovrappone due rapporti parentali, il proprio e quello tra un’altra madre e un’altra figlia “che fuma e vende quarzi”; in una continua inversione di ruoli, quasi cinematografica, ora è quella figlia a essere come la madre della poetessa, ora è quell’altra madre a somigliare alla madre di chi scrive. La figlia padrona, “dice buon giorno come te”, “dice grazie come te”, “ha i capelli come i tuoi”.
Il paese e la valle furono, per Marzia, sempre una trincea, e in ogni altro luogo ci fu sempre uno specchio in cui cercare i luoghi e il volto della madre per riconoscersi, filo d’Arianna per salvarsi nel labirinto.
Questa silloge è un memoriale. Quando si istituisce un memoriale, anche poetico, si compie un’operazione liturgica, se è vero che i memoriali sono evocatori del mistero. La casa, la stanza della madre, gli oggetti divengono sacri. Reliquie gli oggetti concreti, come quelli dei ricordi: spighe, ciliegie, rami secchi d’ulivo. L’amore è rivisitato nei dettagli con timore e tremore, sono sacre anche le briciole dei pasti che venivano buttate via, come le carte, i nastri a nodo stretto che bisognava tagliare; metafora questa, pure, della necessità del distacco affettivo.
L’elaborazione del lutto – “clone di vita su oggetti” - si dà perciò in oscillazione di canto tra le Furie e le Eumenidi, con riferimento personalistico alla mitopoiesi della tragedia. L’amore fonda e dà sapore alla vita; esso come il cibo si condivide, si spezza come pane eucaristico. È “una fatica storica l’amore”, se “si sbriciola” ci si prepara “per un altro pasto”. Ora, nella casa degli affetti rimangono “il parquet divelto” , “le foglie rosse della tua stanza”, la stanza di Lina è come se fosse l’unica.
Ipotizzerei una qualche somiglianza - proprio per il continuo rimando agli oggetti, alla “poesia delle cose” – tra i versi della Spinelli e quelli del Gozzano de La signorina Felicita o de L’amica di nonna Speranza; anche in Gozzano ci sono una casa, stanze, un giardino e i ricordi che scendono in “un cuore amico”. Ritrovo, forse nella poesia di Marzia, un po’ del Gozzano dei versi - “Silenzio! Fuga dalle stanze morte!/ Odore d’ombra! Odore di passato!/ Odore d’abbandono desolato!” –, le stesse atmosfere dolci e luttuose, sebbene ci sia più dolore e meno disincanto nella Spinelli, per la prossimità e concretezza del lutto. Il richiamo al “correlativo oggettivo”, oltre che al grande Eliot, fatte le debite differenze, potrebbe connettere questa poesia alla linea lombarda; per quanto i lombardi mostrino a mio avviso una costante minimalista, nel tendere ad una oggettività che mira in molti casi ad espungere la soggettività. Marzia cerca nelle cose, per converso, le esperienze condivise, attiva il transfert quando lavora di scavo nella ricerca delle motivazioni dei sentimenti d’amore pace conflitto. Ogni tipo di amore, anche quello genitore-figlio, si nutre di conflitti, che a volte feriscono, a volte uccidono la relazione e perfino l’oggetto d’amore. Il richiamo ai complessi di Edipo o di Elettra, alle nascoste pulsioni sado-maso, cannibaliche o aggressive, ci riportano inoltre agli studi della relazione del bimbo con il seno materno, condotti da Melanie Klein, che stanno alla base delle dinamiche comportamentali anche degli adulti.
Nel testo della Spinelli c’è indugio nel sottoporre gli oggetti a singolare nominazione:
con essi, attraverso di essi, in gioco ambivalente di nascondimento e svelamento dello spirito della madre come dall’Ade; ombra che pare Euridice in lotta profonda contro l’oblio e Thanatos.
Il sogno ha un ruolo significativo e dirompente, nella vita, come nell’arte. Nel componimento XVII Marzia sogna la madre, la vede, cerca di abbracciarla come Enea il padre Anchise agli inferi … il fantasma è inafferrabile. Cogliamo in questa poesia, quindi, influssi orfici della letteratura antica.
La morte dei genitori ci fa morire con loro, ma anche ci risveglia, ci fa rinascere con un formicolio agli arti addormentati. La poetessa in “un’assenza di attrazione” per quell’ombra, in movimento compensativo rispetto all’abbraccio andato a vuoto, si dichiara e dichiara come con un lapsus: “Dovrei essere anche senza di te”.
Il tema dell’identità, dell’unità e della dualità a partire della nascita, che si prolunga psichicamente in età matura attraverso il distacco, il tema dell’autonomia della persona, del suo sviluppo, dunque, è quello del suo stesso prodursi in emersione, come dal nulla. L’identità non è mai compiuta.
Nella spirale dei ricordi condivisi, oltre la morte, la poesia entra in scena sempre da un retroscena, dietro cui poi si nasconde, un rimosso da far riaffiorare, qualcos’altro da obliterare, perciò le immagini sono come coperte da nebbia; avviene così anche nell’Odissea o nell’Eneide quando le ombre dell’Ade appaiono velate agli eroi visitatori. L’io è in quella nebbia, che è propria di un rimembrare disturbato e sofferto. Occorre lottare contro fantasmi interiori, sensi di colpa, rimozioni, per cui il ricordo si frange come si frange il cuore, si sposta stordito e ondivago su luoghi e su oggetti residuali, tra sincroniche esperienze del passato e del presente “chiuse come urna”.
Nel testo XIX, le colpe, il senso di colpa, “diventano preghiere” … chi altro può salvarci, se non un Dio, dal peccato originale, dalle colpe parentali?
Nella poesia XX, anche il secolo in cui si è vissuti con la madre, il Novecento, è curvo e orfano. Anch’esso si ripercorre mnesicamente e ci nutre di Storia  “nel guscio (…) dei ricordi”. Sembra esserci qui un cenno di poesia civile, un tentativo simbiotico d’introdurre una chiave ermeneutica per intendere il peso luttuoso della Storia, la possibilità di penetrare il senso comune di eventi personali e trans-personali: “la guerra, il matrimonio, la mia nascita/ il diario comune di ragazza”.
Il Tempo, spesso evocato come convitato di pietra, a volte in lettere maiuscole, con e come nella poesia di Borges in esergo - è associato al “sospetto” per la sua natura di “enigma”.
Scrive Marzia: “Ascolto la voce del Tempo/ in questo tempo informe” (XXII)
“Nel tempo che dormiamo c’è un arresto … della morte” (XIX).
Il motivo del tempo nutre di riflessività questo libro, che è ben più di un’elaborazione poetica del privato. La maiuscola, con cui “Tempo” è spesso scritto, ne indica una significazione sacrale; la sua marmorea incombenza, come l’Ananke del tragico greco, ne fa, come già presso i greci, una divinità che non può essere placata con sacrifici; esso è ciò a cui non ci si sottrae.
Al tempo come alla Necessità, ad Ananke (al Fato) sottostanno uomini e dei.Nella poesia XIV la poetessa dichiara:
“Ora so che è semina il Tempo/ porta tutto a vendemmia, anche le stelle”.
Come nell’Ungaretti del  Sentimento del tempo, al di là dell’inarrestabile “divenire” eracliteo o di ogni “impermanenza” induista-buddhista, conta il fermo legame con il passato, in particolare quello che faceva del poeta un “uomo di pena”.
La pena, anche nella poesia della Spinelli, è sentimento del tempo.
Adorno notava in  Minima Moralia che “L’elemento storico, nelle cose, non è che ‘espressione della sofferenza passata’”.
Nell’ultima poesia, scopriamo che anche la Primavera non cela “il dolore”, non distoglie i tarli, né  il “gelo del Tempo,/ quel battito fantasma/ che non si commuove” che “non s’accorge mai della ruggine”; essa, la ruggine – scrive Marzia –  non si stacca “dal suo ego/ ciclotimico, dalla sua durata …/ Quanto  alla nostra/ il Tempo ci passa sopra/ forse neppure la registra”.
Nondimeno, aggiunge Marzia, “una scaglia di stupore” confonde il Tempo”… “chiede chi siamo”.  

Roma 21-12-2012

Rivisto il 02-07-2013

martedì 9 luglio 2013

La poesia, la precarietà e il riscatto di Nicola Bultrini: nota di lettura di Et allons di Alberto Toni

 Pubblicato su Il Tempo del 16 giugno 2013
La nuova raccolta di versi di Alberto Toni, «Et allons» (Edizioni Progetto Cultura), prende spunto e titolo da un verso della «Saison en enfer» di Rimbaud, per percorrere una sua propria stagione in cui la parola scritta si fa strumento di indagine. «Linea / sarà, non di guida, ma almeno di forza», il senso dell'esperienza, per tentativi, del conoscere. La perentorietà del dettato suscita quindi domande sfidando l'inquietudine delle risposte, per «sfrondare, spargere un nodo, una richiesta». È una poesia pervasa dal senso della precarietà, immaginando un riscatto possibile solo nel reale. Ma «la spinta contro / il vuoto è sostenuta dalle infinite preghiere / di una rinascita così a lungo attesa», in cui si fa strada l'idea di una nuova partenza (centrale nella poetica di Toni) nel confronto con l'aspra contraddittorietà della vita. Ma è «lieta la vita, / non confusa nel programma dei massimi / sistemi».
Perciò nella solitudine anche dell'anima prostrata, il poeta sa che l'unica scelta possibile e meritevole è una strada di verità.

mercoledì 26 giugno 2013

Paolo Carlucci su Il secondo dono di Sabino Caronia

Le ninfe son partite e solo resta/ il rimpianto del passo che innamora. Dura nel vetro degli occhi il vento dei ricordi. E’ questa la cifra di Sabino Caronia, critico e scrittore, che, in una sorta di voce dovuta a madama Nostalgia, dispiega le sue ragioni d’amore. Lo dimostrano alcuni dei suoi versi più ispirati, raccolti ne Il secondo dono, uscito recentemente per i tipi di Edizioni Progetto Cultura, nella collana poetica le gemme, curata da Cinzia Marulli. Caronia pare recuperare, attraverso  una raffinata memoria poetica che spazia da Pascoli a Cardarelli, a  suggestioni lorchiane, ismi lirici di autentica ricerca melica, che possono suonare nell’ipetrofia visiva di certi azzardi sinestetici,  forse come un cosciente ... sperimentalismo di uno stupore, risolto sovente come rondismo dell’anima. Scintille di vita, egli le  affida alla forza dell’immagine, al desiderio infinito di ridonare poeticamente i colori del cuore. In modo antico stella, nel sonetto d’esordio, l’evocazione di un’infanzia mitica. Ritornare  da te  fanciullo eterno/ che siedi  sopra il monte a Terracina./ e come Orfeo, disceso nell’inferno/ rinascere in un’ansia di mattina. La natura si fa specchio di un orizzonte del vissuto, liricamente restituito. Se il tuo stupendo  volto adolescente/ in questo  specchio magico è riflesso/ anche vive nell’anima dolente / racchiuso nel profondo  di me stesso.  Un procedere siffatto può talora cadere nella retorica del facile sentimentale, abusato miele che genera fiele poetico, ma il nostro, in larga misura, evita l’agguato, cercando nel valore umano l’incompiutezza, il vago immaginare di una nebbia di risa; nella terra desolata l’odore dell’amore è vero nel suo essere Passaggio in ombraNon avere  paura / di lasciarci  nel buio, / il tuo cuore è una fiamma/ che la morte non spegne. Ginestra di notte la passione. Il mio amore è una luce/ che la notte non spegne.     

Chiara Mutti su Il secondo dono di Sabino Caronia

In Giove Anxur, quel miracolo di marmo e tempo, esposto alla luce calda del sole che si arrossa al tramonto e che sembra ancora dominare Terracina dalla cima del monte, riflesso nell’infinita azzurrità del mare, in cui io stessa, in una bellissima gita di qualche anno fa, ho annusato il respiro degli dei, ho trovato quell’ininterrotta linea spirituale che ci unisce…quello specchio magico riflesso nell’anima dolente, quel richiamo all’acqua materna, potenza generatrice. Il libro di Sabino Caronia si apre e mi si apre così.
Ma è ad un altro tipo di fede a cui, a mio modesto parere, “Il secondo dono” è in sommo grado ispirato: l’amore. Inteso nella sua accezione più profonda.
Perché l’amore di Sabino è una fede, non nel senso comunemente inteso di spiritualità, ma in quello suo proprio di fiducia; nell’altro, nella vita dell’altro in quanto dono, costruzione del se attraverso l’altro.
Nulla nella nostra piccola esistenza è destinato a rimanere, eppure nulla si perde…
Lanterna nella notte, resta un pienissimo soleluce di luce vera – resta il vivissimo fuoco di verdi occhi chiari. Ecco l’amore è luce, è un verde di prati smeraldo/ dentro una pioggia d’oro.
La luce di questo “caldo gentile” si riaccende in immagini, in istanti di vita rubati all’oblio dal ricordo ed anche, o forse maggiormente, lì dove il paesaggio si vena di malinconia o di rimpianto, lì dove il paradiso dell’amore è un morto paradiso, l’amore non viene mai rinnegato – non sperare che possa/ mai morire il mio amore/ Il mio amore è una luce/ che la notte non spegne – L’amore di Sabino non pretende, non chiedo…che una stanza per me dentro al tuo cuore.
In questa richiesta muta che urla, verso cui si protende e da cui fugge allo stesso tempo – e tengo chiusa la porta di casa/ di fronte all’invadenza delle stelle – Sabino sancisce la propria appartenenza alla vita, alla fragilità dell’essere umano. Questa vita che corre e che, come saggiamente ci ricorda nella bellissima strofa posta a incipit dell’intera raccolta, dura il tempo di una sigaretta, ecco lì riconosco l’essenza, il valore di quel “qualcosa di più” che esula da altre vane speranze. Trovo il più intimo, il conclusivo messaggio della poesia di Sabino.
E così me ne vado
in giro per le strade
sotto più chiare stelle,
dentro il buio più nero,
ubriaco di sogni,
di speranze e di cielo.


                                                                                                                         Chiara Mutti


Plinio Perilli su Il secondo dono di Sabino Caronia

  
Articolo pubblicato nella rivista Voce Romana  - rubrica POETICANDO - Diario di un laboratorio poetico

Critico e anche narratore di vaglia, Sabino Caronia ha da sempre con la poesia un rapporto privilegiato, insieme di dedizione storica e vocazione intimistica. E vorrei almeno ricordare i suoi saggi raccolti in L’usignolo di Orfeo (1990) e Il gelsomino d’Arabia (2001), oltreché i brevi ma calibratissimi romanzi L’ultima estate di Moro (2008) e Morte di un cittadino americano (2009), su Jim Morrison, il celebre cantante e leader dei “Doors”, spentosi a Parigi a 27 anni, nel luglio 1971…
Conosce insomma a perfezione tutto o quasi il nostro ’900, di cui ama in particolare la cifra effusa e stoica di Cardarelli, ma anche il lirismo asciutto, all’inizio rorido e via via sempre più tagliente di un Caproni… Sul filo della nostra ormai annosa amicizia, e nella condivisione di non poche collaborazioni a riviste romane di buon esito (una su tutte: il trimestrale “La Scrittura”, da noi animato negli anni ’90 assieme ad Antonio Stango e Idolina Landolfi, e altri amici come Emerico e Noemi Giachery, Fabio Pierangeli, Ernestina Pellegrini, Neria De Giovanni, Eugenio Nardelli, etc.).    Spesso Sabino viene a trovarci, durante i nostri laboratori poetici del mercoledì, e s’intrattiene ad ascoltare la poesia degli altri, dei postmoderni “lirici nuovi”… Talvolta ci legge anche le sue, che solo per un pudore recondito si ostina a chiamare esercizi… Ora questo sua prima plaquette poetica, Il secondo dono, uscita presso la collana “Le gemme”, che Cinzia Marulli dirige a Roma per le edizioni di Progetto Cultura (àuspice Mauro Limiti), salda insieme un debito (che Sabino ha verso il ’900 che ama), e un credito che la musa poetica gira e offre a lui stesso…
Ci sono passi e passaggi molto belli, degni degli orizzonti che Sabino ama, onora e pratica da anni. Il versante di un’eterna, ininterrotta elegia fra sentimento e realtà, briosa fabula della vita e sua aspra, severa deriva (cioè macerazione) razionale. Mario Luzi parlerebbe insieme di Vicissitudine e forma… Ma ecco ad esempio otto riccioli lirici in due quartine, davvero capelli d’angelo, boccoli celestiali perché amorosi di una moderna nuance petrarchesca: “Per gemma del tuo anello / prendi questo mio cuore, / portalo sul tuo dito, / scaldalo col tuo sangue”…
 Da quando Saba ci ha parlato e si è battuto ancora e sempre in favore della rima fiore-amore, la più antica difficile di tutte, sappiamo che non c’è etica in poesia che possa elidere o rinunciare all’afflato medesimo del sentimento forgiato, ribaltato in sentire. Caronia ha questo coraggio, e questo dono: dono donato, che si riceve e si rende nello stesso modo… La stanza segreta del ’900 è e resta dunque in ogni poeta tutta dentro di sé, come perenneffimero osservatorio, pensatoio minimo/supremo d’ogni Realtà: “Altra cosa non chiedo dalla vita / che una stanza per me dentro al tuo cuore”…
Cardarelli, sì, il suo fragile, coerente cinismo d’innamorato d’Amore e del suo cantarlo, cantarsi… Ma anche, e appunto, la geometria emotiva, la dialettica trigonometrico/epocale di un verseggiare che adusa melodie e radiosità, prestiti e canoni, aloni ed emblemi quale unica risorsa che valga, che conti, nel dittare da dentro… 
Due suole a terra misurare alterne / l’indugio breve d’una sigaretta. / Veramente la vita è fiamma vinta.
Anche il Terzo Millennio, vuol dirci Sabino Caronia ha bisogno degli aurei, peritissimi e sinuosi orditi di un sonetto (splendidi “A Giove Anxur” e “Innamorati”); o di quei distici interni che accelerano e fissano in eterno le anse e morbide, lentissime onde d’un rigoroso, infibrato fluire poematico… “Il mio amore è una luce / che la notte non spegne”; “Cosa m’importa della primavera / senza il verde segreto dei tuoi occhi”…
Salutare poi i poeti amati e riamare in quella poesia anche la propria, non certo ad imitazione – attenzione – ma semmai a provvido specchio fraterno: “Deserta Andalusia che il cuore pungi / come pensiero di donna lontana…” (García Lorca). Ancora Cardarelli, ammaliato e pudico all’unisono d’adolescente beltà: “Che dirò mai fanciulla / nerissima di te? / Che dirò del tuo corpo / difficoltoso e vago?”… Perfino una giovane Maria Luisa Spaziani restituita all’entusiasmo dei suoi primi anni ’50: “La luna di Parigi / non è più la mia luna. / Nel suo letto di perla / più non cullo i miei sogni”… Sempre e comunque l’optimus Caproni: “Anima mia, stasera / va’ a Parigi, ti prego, / e con la tua candela, / timida, di nottetempo / fa’ un giro”…
 “Un vero e proprio corto circuito…” – ha ragione Dante Maffia nell’affettuosa introduzione – “una sorta di simbiosi che lo ha spinto ad impossessarsi di movenze e di cadenze di questi maestri, fino a suggerirgli, a volte, incipit e chiuse delle poesie che ha scritto. Un omaggio e una condanna, a un tempo, ma che Caronia ha saputo rendere personali, tanto è vero che in questo libro non troviamo soltanto i modelli citati, ma assonanze dei grandi classici”…
Le sue vere gemme più pure sono qui gli istanti, cupi ma radiosi d’argento, la catulliana “breve luce” o nuga fissata per denso monito, rimemorata, intonata ad afflato: “Se tu sparisci poi non c’è più nulla. / Nulla, più nulla. Eclissi a mezzanotte. / Era già buio, tanto buio, prima”.
Da questa fertile e lancinante “Eclissi”, sempre risorge la poesia, ci si riaccende il cuore tra fiamma vinta e cenere, fenice divinata, ansia in ogni nuovo bacio – o dono – trasmutata.
   

                                                                                                                        Plinio Perilli 

Luigi Celi su Il secondo dono di Sabino Caronia

Il secondo dono di Sabino Caronia è opera intensa, di passione, desiderio d’amare e d’essere amati, di lacerazioni e aspettative in parte deluse proprio perché investite di assolutezza; poesia in apparenza semplice, ma a ben guardare qualificata da innesti e operazioni sul linguaggio complessi, chiaroscurali, per cui la raccolta risulta infine borgesianamente labirintica, un puzzle molto sofisticato.
Caronia è scrittore e poeta che utilizza procedure letterarie che possono essere ricondotte ai meccanismi psicologici (psicoanalitici) primari dell’identificazione e della proiezione, nutrito di cultura greco-latina e della grande tradizione della poesia italiana, tuttavia ha fatto propria più di una delle lezioni del modernismo americano ed europeo. Il modernismo - che va da Pound ad Eliot, da Joyce a Hemingway a Henry Roth a Windham Lewis a Virginia Woolf, con ricadute su Kafka, Céline, Pessoa, Pirandello, Gadda, per citare alcuni dei grandi - ha tra le sue caratteristiche l’attenzione al mito, o quella di far entrare in scena personaggi, maschere, per “oggettivare”, oppure fagocitare versi e frasi non sempre dichiarati, metabolizzando pensieri d’altri autori. Eliot teorizzava questa caratteristica del modernismo: “io non cito, rubo!”. Muovendosi su questa linea in effetti Caronia è camaleontico. Il suo classicismo e il suo soggettivismo – il suo “io” a volte pare dilatarsi a dismisura - sono in tensione dialettica col modernismo. Quindi abbiamo diverse facce dell’Autore. Una scrittura prismatica, in superficie limpida, scorrevole, che utilizza molte strutture e metri propri della poesia classica - il sonetto, l’endecasillabo, il settenario, la rima, l’allitterazione, l’anafora - nella sostanza, mostra impeti magmatici, telluriche implosioni. Caronia si muove come un modernista quando si annette testi di celebri autori e sembra non aver tempo di fermarsi per precisare le sue fonti; forse perché il virgolettare sortirebbe l’effetto di togliere intensità ad un dettato lirico che è insieme autobiografico ed eterobiografico? Caronia è un ventriloquo: parla per bocca di altri; altri - Jim Morrison, Aldo Moro - divenuti personaggi dei suoi testi, parlano attraverso la sua. La poesia di p. 22, La passeggiata, è in buona parte un calco di Preghiera di Caproni; mentre a p. 24, leggiamo: “che dirò del tuo corpo/ difficoltoso e vago?”, versi di Cardarelli, questi, riportati senza virgolette; ci sono anche versi di Catullo, Kavafis, Lorca...
Anche i temi centrali delle sue opere in prosa, di critica o dei romanzi - penso a L’Usignolo di Orfeo, a Il Gelsomino di Arabia, ma anche a Morte di un cittadino americano, Jim Morrison a Parigi - confluiscono ne Il secondo dono che ci appare quale distillato di questo suo variegato impegno letterario. Tutte le sue opere sono rappresentazioni in maschera di dinamiche intrapsichiche (individuali), transpsichiche (archetipiche) e collettive. I suoi tempi non sono diacronici ma sincronici e tutti gli autori, antichi e moderni, sono contemporanei. Caronia coltiva come Tomasi di Lampedusa “il culto dell’implicito”, per cui conta di più il non detto che il detto e possiamo ipotizzare che le Sirene, oggetto di una sua insistita evocazione, cantino anche quando tacciono …, il loro silenzio è allora ancora più sacro e originario. Sarebbe sbagliato vedere in quest’opera soltanto una versificazione del sentimento amoroso incentrato sull’oggi, Sabino fa suo il pianto di Orfeo per la perdita di Euridice, con Ovidio, canta come l’usignolo virgiliano a cui sono stati strappati i suoi piccoli dal nido, mentre la nostalgia della vita intrauterina del primo componimento ci riporta all’Innocente di D’Annunzio, per cui - come scrisse Italo Alighiero Chiusano – il D’Annunzio di Sabino, piuttosto che essere un vitalista del puro presente, è “ un ‘gambero’, proiettato indietro verso la madre”. Ancora possiamo dire che Caronia simile a un Proteo si fa scrittore, critico letterario, poeta, quindi personaggio, per poi invertire la rotta, orientarsi verso la natura primigenia dell’uomo, ritornare al pascoliano “fanciullino”, “creatura”, come direbbe Sciascia, alla nudità del puer. Egli dichiara alle donne della sua vita o del suo immaginario i propri sentimenti, ma non accetterebbe mai di vivere materialmente l’eros senza un’impegnativa radicale operazione di autosublimazione poietica del desiderio. La sua scrittura è  tutta un ossimoro, è quella di un classicista romanticamente esacerbato, che vive un eros fantasmatico fino all’autocombustione. “Ladro di fuoco”, come il Prometeo di Rimbaud, “veggente dei sensi”, sprofonda nei suoi abissi inferi, rinuncia agli eliotiani “asciutti salvataggi” (the dry salvages), a quelli di una ragione un tempo apollinea - oggi annerita, affumicata dalla tecnica - per rinascere come un ricomposto Dioniso Zagreus, un Osiride dopo lo smembramento. Nel romanzo L’ultima estate (Moro, uomo solo) – romanzo, dopo la scomparsa di Andreotti, quanto mai attuale - Sabino e Moro si confondono, come si confondono lo “Iuppiter Anxurus” - “Iuppiter Anxurus arvis presidet” di Virgilio - e Gesù, il puer di Terracina e il bambinello di Betlemme, come scrive lo stesso Sabino. Tuttavia Moro e Sabino sono anche il senex, impersonano il puer e il senex, due archetipi che Jung e Hillman hanno considerato due possibilità psichiche dell’integrazione e del processo d’individuazione. Come stiano insieme, Gesù, Giove, Moro e Sabino non importa saperlo con la mente, solo bisogna leggere e immedesimarsi nel flusso delle fabulae; occorre percepire sinestesicamente il molteplice che confluisce in questo “gliuommero”, che meriterebbe un Ciccio Ingravallo della critica letteraria per poterlo del tutto dipanare. Il secondo dono comporta - per dirla con Serra e con Carducci - “Oltre il dono di fare la divina poesia, quella di saperla ammirare fino alle lacrime”. Questo il senso del titolo: una poetica e una poesia che sono una sola cosa nell’opporsi non solo ad una critica astrattamente filosofica, come quella crociana, ma anche nel proporre un poiein di gusto e immedesimazione. Il primo componimento della plaquette è un quasi sonetto, perché le rime delle due quartine non si riproducono, ma è testo comunque in endecasillabi rimati; il secondo componimento è più lontano dal sonetto canonico. Sabino adotta in avvio la forma chiusa, quasi a rivendicare dinanzi ai suoi critici la capacità di scrivere in versi da esperto. C’è una questione di tecnica e stile, che non è mero “rappel à l’ordre”, estrinseco richiamo al “canone occidentale”, per dirla con Bloom. C’è con un’assunzione di vincoli strutturali e ritmici l’intento di porre alcuni argini formali della frantumazione rischiati dal desiderante, il quale nella sua irrefrenabile deriva esprime la pulsione opposta di reintegrazione dell’io in un moto panico, verso ciò che Freud chiamava il “sentimento oceanico”, desiderio di immergersi nella Totalità come nelle acque intrauterine, o nello schlegeliano “Streben nach dem Unbedigten” ( “la tensione verso l’Assoluto”), il divino immanente/trascendente. D’altra parte “desiderio” viene da de-sideribus; ci si misura con le stelle, sia che l’oggetto del nostos venga identificato nella Bellezza in sé, sia che lo si intenda come “Sommo Bene”. Per Platone kalos e agathos sono la stessa cosa se pensati fino in fondo, cioè come sostanze (ousiae) ideali e come tali, essendo immateriali, penetrano gli enti terreni fino al sensibile (metessi) e li orientano al trascendimento. La poesia di Caronia esprime l’impossibilità di conseguire una relazione di fusione totalizzante con l’oggetto d’amore - questa o quella donna sono maschere dell’eterno femminino - ed è evidente che non è possibile un regressus ad uterum o un mero ritorno all’Eden. Anche la “parola innamorata”, fatta propria da Sabino - non intendiamo quella della famosa antologia  La parola innamorata, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, Feltrinelli 1978 - è proprio il modello di poesia che si è imposto con Petrarca. Petrarca aveva teorizzato il dissidio tra l’amore terreno e l’amore divino; così anche la parola poetica nell’umano, che contribuisce nella paideia all’autoperfezionamento umano, persegue il télos connaturato alla morphé, al progetto strutturale insito nell’“essere dell’ente”. Il conseguimento dell’entelecheia aristotelico/tomista appariva però, già in Petrarca, sempre minacciato di fallimento, per la sproporzione tra immanenza e trascendenza. Anche Don Giovanni, simbolo per antonomasia dell’esteta, nel moderno, è un idolatra che non sa di esserlo: vive nei suoi adulteri l’adulterio ontologico di cui parlano i profeti biblici, perché ama di più la bellezza della creatura che la Bellezza del Creatore. Tema questo che conduce al “dissidio” di cui Petrarca si era appropriato attraverso il suo dialogo incessante con Agostino, nel Secretum. La tradizione, quindi, ha già nel Rerum vulgarium fragmenta del Canzoniere petrarchesco, un nobile antecedente proprio nella consapevolezza dei rischi connessi a tale “dissidio”, che può produrre la frantumazione interiore del soggetto e quindi del linguaggio tout court. L’adesione senza pentimento al petrarchismo la ritrovo in questa raccolta di Caronia, in particolare nell’adozione del modulo che corrisponde all’ideale d’armonia formale che prima era greco-latino, poi cristiano, quindi umanistico, che nel moderno, laicamente mutato di segno, è stato via depotenziato, perché desacralizzato. Tutta la poesia moderna, non solo d’amore, a partire dai Fragmenta petrarcheschi, tende a porsi, consapevolmente o inconsapevolmente, da una parte, con il classicismo, come argine all’angoscia di frantumazione, che è anche l’angoscia di essere non amati, perché il desiderio è assoluto e il dissidio è ontologico, non psicologico, dall’altra adottando già la struttura del frammento il linguaggio evidenzia la dissoluzione dell’io, la difficoltà di esprimere l’amore e il dolore, propri del moderno. Caronia sembra aggrapparsi, almeno in questa raccolta, all’armonia, ai metri, alla misura dei versi, per arginare il suo desiderio tendenzialmente rovinoso, e non gli importano più i prestiti, gli innesti di testi che gli servono per costruire la diga. L’armonia è perseguita in letteratura, anche in poesia, come armatura, direbbe la psicoanalisi. Perciò quell’irenico ritornare alle origini, alle “chiare fresche dolci acque”, acque intrauterine in questo caso, al rapporto melos-senso dei greci, all’infanzia, potrebbe avere senso drammatico di rimozione. … Ma si guarda indietro anche per poter guardare avanti, per rinascere: “Ritornare da te fanciullo eterno/ che siedi sopra il monte a Terracina/ e come Orfeo disceso nell’inferno/ rinascere in un’ansia di mattina”. Qui s’innesta la dialettica tra il motivo orfico del descesus ad inferos – anche nei richiami alla IV egloga delle Georgiche virgiliane - e la levitas, come ascesa al sublime di un’arte, di una poesia, in cui il motivo orfico è recuperato per la palingenesi, la rigenerazione di tutte le cose. Ciò ci riporta alla penultima poesia, Senza più peso, del secondo libro di Ungaretti, in Se questo è un uomo - “Per un Iddio che rida come un bimbo, /Tanti gridi di passeri, / Tante danze nei rami/…”- . Emerico Giachery osserva giustamente che qui “Un bimbo riattiva la condizione edenica”.

In Caronia, il bimbo - direi - è un senex ridiventato bambino, quindi un puer aeternus. Occorre evangelicamente ritornare “come bambini”, farsi “puri come le colombe e astuti come i serpenti” per entrare oltre che nel regno di Dio in quello di una poesia che vuol essere (in uno) antica e moderna, operare la conjunctio oppositorum.