In Giove Anxur, quel miracolo di
marmo e tempo, esposto alla luce calda del sole che si arrossa al tramonto e
che sembra ancora dominare Terracina dalla cima del monte, riflesso
nell’infinita azzurrità del mare, in cui io stessa, in una bellissima gita di
qualche anno fa, ho annusato il respiro degli dei, ho trovato
quell’ininterrotta linea spirituale che ci unisce…quello specchio magico riflesso nell’anima
dolente, quel richiamo all’acqua materna, potenza generatrice. Il libro di
Sabino Caronia si apre e mi si apre così.
Ma è ad un altro tipo di fede a
cui, a mio modesto parere, “Il secondo dono” è in sommo grado ispirato:
l’amore. Inteso nella sua accezione più profonda.
Perché l’amore di Sabino è una
fede, non nel senso comunemente inteso di spiritualità, ma in quello suo
proprio di fiducia; nell’altro, nella vita dell’altro in quanto dono,
costruzione del se attraverso l’altro.
Nulla nella nostra piccola
esistenza è destinato a rimanere, eppure nulla si perde…
Lanterna nella notte, resta un pienissimo
sole – luce di luce vera – resta
il vivissimo fuoco di verdi occhi chiari.
Ecco l’amore è luce, è un verde di prati
smeraldo/ dentro una pioggia d’oro.
La luce di questo “caldo gentile”
si riaccende in immagini, in istanti di vita rubati all’oblio dal ricordo ed
anche, o forse maggiormente, lì dove il paesaggio si vena di malinconia o di
rimpianto, lì dove il paradiso dell’amore è un morto paradiso, l’amore non viene mai rinnegato – non sperare che possa/ mai morire il mio
amore/ Il mio amore è una luce/ che la notte non spegne – L’amore di Sabino
non pretende, non chiedo…che una stanza
per me dentro al tuo cuore.
In questa richiesta muta che urla, verso cui si protende e
da cui fugge allo stesso tempo – e tengo
chiusa la porta di casa/ di fronte all’invadenza delle stelle – Sabino
sancisce la propria appartenenza alla vita, alla fragilità dell’essere umano.
Questa vita che corre e che, come saggiamente ci ricorda nella bellissima
strofa posta a incipit dell’intera raccolta, dura il tempo di una sigaretta, ecco
lì riconosco l’essenza, il valore di quel “qualcosa di più” che esula da altre
vane speranze. Trovo il più intimo, il conclusivo messaggio della poesia di
Sabino.
…
E così me ne vado
in giro per le strade
sotto più chiare
stelle,
dentro il buio più
nero,
ubriaco di sogni,
di speranze e di
cielo.
Chiara Mutti
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