“Le gemme” vuole essere una collezione di quaderni di poesia dedicata a poeti contemporanei opportunamente selezionati, con il proposito di rappresentare una summa della loro poetica. L’intenzione è quella, infatti, di raccogliere le gemme di ogni autore per sintetizzarne il discorso poetico e, al tempo stesso, per facilitarne la diffusione attraverso un formato semplice ma elegante e di immediato impatto visivo.Nella convinzione che non è certo la quantità a determinare la qualità, Progetto Cultura ed io, abbiamo ritenuto qualificante dare vita a questa nuova iniziativa editoriale nella prospettiva di testimoniare momenti di elevata ispirazione poetica, tali da potersi legittimamente inserire nel panorama letterario contemporaneo per la loro unicità e significatività, sia dal punto di vista contenutistico che stilistico.“Le gemme”, pertanto, non vuole essere soltanto una collana di poesia, ma una teca luminosa dove i poeti possono mettere in evidenza i loro tesori.



mercoledì 26 giugno 2013

Luigi Celi su Il secondo dono di Sabino Caronia

Il secondo dono di Sabino Caronia è opera intensa, di passione, desiderio d’amare e d’essere amati, di lacerazioni e aspettative in parte deluse proprio perché investite di assolutezza; poesia in apparenza semplice, ma a ben guardare qualificata da innesti e operazioni sul linguaggio complessi, chiaroscurali, per cui la raccolta risulta infine borgesianamente labirintica, un puzzle molto sofisticato.
Caronia è scrittore e poeta che utilizza procedure letterarie che possono essere ricondotte ai meccanismi psicologici (psicoanalitici) primari dell’identificazione e della proiezione, nutrito di cultura greco-latina e della grande tradizione della poesia italiana, tuttavia ha fatto propria più di una delle lezioni del modernismo americano ed europeo. Il modernismo - che va da Pound ad Eliot, da Joyce a Hemingway a Henry Roth a Windham Lewis a Virginia Woolf, con ricadute su Kafka, Céline, Pessoa, Pirandello, Gadda, per citare alcuni dei grandi - ha tra le sue caratteristiche l’attenzione al mito, o quella di far entrare in scena personaggi, maschere, per “oggettivare”, oppure fagocitare versi e frasi non sempre dichiarati, metabolizzando pensieri d’altri autori. Eliot teorizzava questa caratteristica del modernismo: “io non cito, rubo!”. Muovendosi su questa linea in effetti Caronia è camaleontico. Il suo classicismo e il suo soggettivismo – il suo “io” a volte pare dilatarsi a dismisura - sono in tensione dialettica col modernismo. Quindi abbiamo diverse facce dell’Autore. Una scrittura prismatica, in superficie limpida, scorrevole, che utilizza molte strutture e metri propri della poesia classica - il sonetto, l’endecasillabo, il settenario, la rima, l’allitterazione, l’anafora - nella sostanza, mostra impeti magmatici, telluriche implosioni. Caronia si muove come un modernista quando si annette testi di celebri autori e sembra non aver tempo di fermarsi per precisare le sue fonti; forse perché il virgolettare sortirebbe l’effetto di togliere intensità ad un dettato lirico che è insieme autobiografico ed eterobiografico? Caronia è un ventriloquo: parla per bocca di altri; altri - Jim Morrison, Aldo Moro - divenuti personaggi dei suoi testi, parlano attraverso la sua. La poesia di p. 22, La passeggiata, è in buona parte un calco di Preghiera di Caproni; mentre a p. 24, leggiamo: “che dirò del tuo corpo/ difficoltoso e vago?”, versi di Cardarelli, questi, riportati senza virgolette; ci sono anche versi di Catullo, Kavafis, Lorca...
Anche i temi centrali delle sue opere in prosa, di critica o dei romanzi - penso a L’Usignolo di Orfeo, a Il Gelsomino di Arabia, ma anche a Morte di un cittadino americano, Jim Morrison a Parigi - confluiscono ne Il secondo dono che ci appare quale distillato di questo suo variegato impegno letterario. Tutte le sue opere sono rappresentazioni in maschera di dinamiche intrapsichiche (individuali), transpsichiche (archetipiche) e collettive. I suoi tempi non sono diacronici ma sincronici e tutti gli autori, antichi e moderni, sono contemporanei. Caronia coltiva come Tomasi di Lampedusa “il culto dell’implicito”, per cui conta di più il non detto che il detto e possiamo ipotizzare che le Sirene, oggetto di una sua insistita evocazione, cantino anche quando tacciono …, il loro silenzio è allora ancora più sacro e originario. Sarebbe sbagliato vedere in quest’opera soltanto una versificazione del sentimento amoroso incentrato sull’oggi, Sabino fa suo il pianto di Orfeo per la perdita di Euridice, con Ovidio, canta come l’usignolo virgiliano a cui sono stati strappati i suoi piccoli dal nido, mentre la nostalgia della vita intrauterina del primo componimento ci riporta all’Innocente di D’Annunzio, per cui - come scrisse Italo Alighiero Chiusano – il D’Annunzio di Sabino, piuttosto che essere un vitalista del puro presente, è “ un ‘gambero’, proiettato indietro verso la madre”. Ancora possiamo dire che Caronia simile a un Proteo si fa scrittore, critico letterario, poeta, quindi personaggio, per poi invertire la rotta, orientarsi verso la natura primigenia dell’uomo, ritornare al pascoliano “fanciullino”, “creatura”, come direbbe Sciascia, alla nudità del puer. Egli dichiara alle donne della sua vita o del suo immaginario i propri sentimenti, ma non accetterebbe mai di vivere materialmente l’eros senza un’impegnativa radicale operazione di autosublimazione poietica del desiderio. La sua scrittura è  tutta un ossimoro, è quella di un classicista romanticamente esacerbato, che vive un eros fantasmatico fino all’autocombustione. “Ladro di fuoco”, come il Prometeo di Rimbaud, “veggente dei sensi”, sprofonda nei suoi abissi inferi, rinuncia agli eliotiani “asciutti salvataggi” (the dry salvages), a quelli di una ragione un tempo apollinea - oggi annerita, affumicata dalla tecnica - per rinascere come un ricomposto Dioniso Zagreus, un Osiride dopo lo smembramento. Nel romanzo L’ultima estate (Moro, uomo solo) – romanzo, dopo la scomparsa di Andreotti, quanto mai attuale - Sabino e Moro si confondono, come si confondono lo “Iuppiter Anxurus” - “Iuppiter Anxurus arvis presidet” di Virgilio - e Gesù, il puer di Terracina e il bambinello di Betlemme, come scrive lo stesso Sabino. Tuttavia Moro e Sabino sono anche il senex, impersonano il puer e il senex, due archetipi che Jung e Hillman hanno considerato due possibilità psichiche dell’integrazione e del processo d’individuazione. Come stiano insieme, Gesù, Giove, Moro e Sabino non importa saperlo con la mente, solo bisogna leggere e immedesimarsi nel flusso delle fabulae; occorre percepire sinestesicamente il molteplice che confluisce in questo “gliuommero”, che meriterebbe un Ciccio Ingravallo della critica letteraria per poterlo del tutto dipanare. Il secondo dono comporta - per dirla con Serra e con Carducci - “Oltre il dono di fare la divina poesia, quella di saperla ammirare fino alle lacrime”. Questo il senso del titolo: una poetica e una poesia che sono una sola cosa nell’opporsi non solo ad una critica astrattamente filosofica, come quella crociana, ma anche nel proporre un poiein di gusto e immedesimazione. Il primo componimento della plaquette è un quasi sonetto, perché le rime delle due quartine non si riproducono, ma è testo comunque in endecasillabi rimati; il secondo componimento è più lontano dal sonetto canonico. Sabino adotta in avvio la forma chiusa, quasi a rivendicare dinanzi ai suoi critici la capacità di scrivere in versi da esperto. C’è una questione di tecnica e stile, che non è mero “rappel à l’ordre”, estrinseco richiamo al “canone occidentale”, per dirla con Bloom. C’è con un’assunzione di vincoli strutturali e ritmici l’intento di porre alcuni argini formali della frantumazione rischiati dal desiderante, il quale nella sua irrefrenabile deriva esprime la pulsione opposta di reintegrazione dell’io in un moto panico, verso ciò che Freud chiamava il “sentimento oceanico”, desiderio di immergersi nella Totalità come nelle acque intrauterine, o nello schlegeliano “Streben nach dem Unbedigten” ( “la tensione verso l’Assoluto”), il divino immanente/trascendente. D’altra parte “desiderio” viene da de-sideribus; ci si misura con le stelle, sia che l’oggetto del nostos venga identificato nella Bellezza in sé, sia che lo si intenda come “Sommo Bene”. Per Platone kalos e agathos sono la stessa cosa se pensati fino in fondo, cioè come sostanze (ousiae) ideali e come tali, essendo immateriali, penetrano gli enti terreni fino al sensibile (metessi) e li orientano al trascendimento. La poesia di Caronia esprime l’impossibilità di conseguire una relazione di fusione totalizzante con l’oggetto d’amore - questa o quella donna sono maschere dell’eterno femminino - ed è evidente che non è possibile un regressus ad uterum o un mero ritorno all’Eden. Anche la “parola innamorata”, fatta propria da Sabino - non intendiamo quella della famosa antologia  La parola innamorata, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, Feltrinelli 1978 - è proprio il modello di poesia che si è imposto con Petrarca. Petrarca aveva teorizzato il dissidio tra l’amore terreno e l’amore divino; così anche la parola poetica nell’umano, che contribuisce nella paideia all’autoperfezionamento umano, persegue il télos connaturato alla morphé, al progetto strutturale insito nell’“essere dell’ente”. Il conseguimento dell’entelecheia aristotelico/tomista appariva però, già in Petrarca, sempre minacciato di fallimento, per la sproporzione tra immanenza e trascendenza. Anche Don Giovanni, simbolo per antonomasia dell’esteta, nel moderno, è un idolatra che non sa di esserlo: vive nei suoi adulteri l’adulterio ontologico di cui parlano i profeti biblici, perché ama di più la bellezza della creatura che la Bellezza del Creatore. Tema questo che conduce al “dissidio” di cui Petrarca si era appropriato attraverso il suo dialogo incessante con Agostino, nel Secretum. La tradizione, quindi, ha già nel Rerum vulgarium fragmenta del Canzoniere petrarchesco, un nobile antecedente proprio nella consapevolezza dei rischi connessi a tale “dissidio”, che può produrre la frantumazione interiore del soggetto e quindi del linguaggio tout court. L’adesione senza pentimento al petrarchismo la ritrovo in questa raccolta di Caronia, in particolare nell’adozione del modulo che corrisponde all’ideale d’armonia formale che prima era greco-latino, poi cristiano, quindi umanistico, che nel moderno, laicamente mutato di segno, è stato via depotenziato, perché desacralizzato. Tutta la poesia moderna, non solo d’amore, a partire dai Fragmenta petrarcheschi, tende a porsi, consapevolmente o inconsapevolmente, da una parte, con il classicismo, come argine all’angoscia di frantumazione, che è anche l’angoscia di essere non amati, perché il desiderio è assoluto e il dissidio è ontologico, non psicologico, dall’altra adottando già la struttura del frammento il linguaggio evidenzia la dissoluzione dell’io, la difficoltà di esprimere l’amore e il dolore, propri del moderno. Caronia sembra aggrapparsi, almeno in questa raccolta, all’armonia, ai metri, alla misura dei versi, per arginare il suo desiderio tendenzialmente rovinoso, e non gli importano più i prestiti, gli innesti di testi che gli servono per costruire la diga. L’armonia è perseguita in letteratura, anche in poesia, come armatura, direbbe la psicoanalisi. Perciò quell’irenico ritornare alle origini, alle “chiare fresche dolci acque”, acque intrauterine in questo caso, al rapporto melos-senso dei greci, all’infanzia, potrebbe avere senso drammatico di rimozione. … Ma si guarda indietro anche per poter guardare avanti, per rinascere: “Ritornare da te fanciullo eterno/ che siedi sopra il monte a Terracina/ e come Orfeo disceso nell’inferno/ rinascere in un’ansia di mattina”. Qui s’innesta la dialettica tra il motivo orfico del descesus ad inferos – anche nei richiami alla IV egloga delle Georgiche virgiliane - e la levitas, come ascesa al sublime di un’arte, di una poesia, in cui il motivo orfico è recuperato per la palingenesi, la rigenerazione di tutte le cose. Ciò ci riporta alla penultima poesia, Senza più peso, del secondo libro di Ungaretti, in Se questo è un uomo - “Per un Iddio che rida come un bimbo, /Tanti gridi di passeri, / Tante danze nei rami/…”- . Emerico Giachery osserva giustamente che qui “Un bimbo riattiva la condizione edenica”.

In Caronia, il bimbo - direi - è un senex ridiventato bambino, quindi un puer aeternus. Occorre evangelicamente ritornare “come bambini”, farsi “puri come le colombe e astuti come i serpenti” per entrare oltre che nel regno di Dio in quello di una poesia che vuol essere (in uno) antica e moderna, operare la conjunctio oppositorum.

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