“Le gemme” vuole essere una collezione di quaderni di poesia dedicata a poeti contemporanei opportunamente selezionati, con il proposito di rappresentare una summa della loro poetica. L’intenzione è quella, infatti, di raccogliere le gemme di ogni autore per sintetizzarne il discorso poetico e, al tempo stesso, per facilitarne la diffusione attraverso un formato semplice ma elegante e di immediato impatto visivo.Nella convinzione che non è certo la quantità a determinare la qualità, Progetto Cultura ed io, abbiamo ritenuto qualificante dare vita a questa nuova iniziativa editoriale nella prospettiva di testimoniare momenti di elevata ispirazione poetica, tali da potersi legittimamente inserire nel panorama letterario contemporaneo per la loro unicità e significatività, sia dal punto di vista contenutistico che stilistico.“Le gemme”, pertanto, non vuole essere soltanto una collana di poesia, ma una teca luminosa dove i poeti possono mettere in evidenza i loro tesori.



mercoledì 26 giugno 2013

Plinio Perilli su Il secondo dono di Sabino Caronia

  
Articolo pubblicato nella rivista Voce Romana  - rubrica POETICANDO - Diario di un laboratorio poetico

Critico e anche narratore di vaglia, Sabino Caronia ha da sempre con la poesia un rapporto privilegiato, insieme di dedizione storica e vocazione intimistica. E vorrei almeno ricordare i suoi saggi raccolti in L’usignolo di Orfeo (1990) e Il gelsomino d’Arabia (2001), oltreché i brevi ma calibratissimi romanzi L’ultima estate di Moro (2008) e Morte di un cittadino americano (2009), su Jim Morrison, il celebre cantante e leader dei “Doors”, spentosi a Parigi a 27 anni, nel luglio 1971…
Conosce insomma a perfezione tutto o quasi il nostro ’900, di cui ama in particolare la cifra effusa e stoica di Cardarelli, ma anche il lirismo asciutto, all’inizio rorido e via via sempre più tagliente di un Caproni… Sul filo della nostra ormai annosa amicizia, e nella condivisione di non poche collaborazioni a riviste romane di buon esito (una su tutte: il trimestrale “La Scrittura”, da noi animato negli anni ’90 assieme ad Antonio Stango e Idolina Landolfi, e altri amici come Emerico e Noemi Giachery, Fabio Pierangeli, Ernestina Pellegrini, Neria De Giovanni, Eugenio Nardelli, etc.).    Spesso Sabino viene a trovarci, durante i nostri laboratori poetici del mercoledì, e s’intrattiene ad ascoltare la poesia degli altri, dei postmoderni “lirici nuovi”… Talvolta ci legge anche le sue, che solo per un pudore recondito si ostina a chiamare esercizi… Ora questo sua prima plaquette poetica, Il secondo dono, uscita presso la collana “Le gemme”, che Cinzia Marulli dirige a Roma per le edizioni di Progetto Cultura (àuspice Mauro Limiti), salda insieme un debito (che Sabino ha verso il ’900 che ama), e un credito che la musa poetica gira e offre a lui stesso…
Ci sono passi e passaggi molto belli, degni degli orizzonti che Sabino ama, onora e pratica da anni. Il versante di un’eterna, ininterrotta elegia fra sentimento e realtà, briosa fabula della vita e sua aspra, severa deriva (cioè macerazione) razionale. Mario Luzi parlerebbe insieme di Vicissitudine e forma… Ma ecco ad esempio otto riccioli lirici in due quartine, davvero capelli d’angelo, boccoli celestiali perché amorosi di una moderna nuance petrarchesca: “Per gemma del tuo anello / prendi questo mio cuore, / portalo sul tuo dito, / scaldalo col tuo sangue”…
 Da quando Saba ci ha parlato e si è battuto ancora e sempre in favore della rima fiore-amore, la più antica difficile di tutte, sappiamo che non c’è etica in poesia che possa elidere o rinunciare all’afflato medesimo del sentimento forgiato, ribaltato in sentire. Caronia ha questo coraggio, e questo dono: dono donato, che si riceve e si rende nello stesso modo… La stanza segreta del ’900 è e resta dunque in ogni poeta tutta dentro di sé, come perenneffimero osservatorio, pensatoio minimo/supremo d’ogni Realtà: “Altra cosa non chiedo dalla vita / che una stanza per me dentro al tuo cuore”…
Cardarelli, sì, il suo fragile, coerente cinismo d’innamorato d’Amore e del suo cantarlo, cantarsi… Ma anche, e appunto, la geometria emotiva, la dialettica trigonometrico/epocale di un verseggiare che adusa melodie e radiosità, prestiti e canoni, aloni ed emblemi quale unica risorsa che valga, che conti, nel dittare da dentro… 
Due suole a terra misurare alterne / l’indugio breve d’una sigaretta. / Veramente la vita è fiamma vinta.
Anche il Terzo Millennio, vuol dirci Sabino Caronia ha bisogno degli aurei, peritissimi e sinuosi orditi di un sonetto (splendidi “A Giove Anxur” e “Innamorati”); o di quei distici interni che accelerano e fissano in eterno le anse e morbide, lentissime onde d’un rigoroso, infibrato fluire poematico… “Il mio amore è una luce / che la notte non spegne”; “Cosa m’importa della primavera / senza il verde segreto dei tuoi occhi”…
Salutare poi i poeti amati e riamare in quella poesia anche la propria, non certo ad imitazione – attenzione – ma semmai a provvido specchio fraterno: “Deserta Andalusia che il cuore pungi / come pensiero di donna lontana…” (García Lorca). Ancora Cardarelli, ammaliato e pudico all’unisono d’adolescente beltà: “Che dirò mai fanciulla / nerissima di te? / Che dirò del tuo corpo / difficoltoso e vago?”… Perfino una giovane Maria Luisa Spaziani restituita all’entusiasmo dei suoi primi anni ’50: “La luna di Parigi / non è più la mia luna. / Nel suo letto di perla / più non cullo i miei sogni”… Sempre e comunque l’optimus Caproni: “Anima mia, stasera / va’ a Parigi, ti prego, / e con la tua candela, / timida, di nottetempo / fa’ un giro”…
 “Un vero e proprio corto circuito…” – ha ragione Dante Maffia nell’affettuosa introduzione – “una sorta di simbiosi che lo ha spinto ad impossessarsi di movenze e di cadenze di questi maestri, fino a suggerirgli, a volte, incipit e chiuse delle poesie che ha scritto. Un omaggio e una condanna, a un tempo, ma che Caronia ha saputo rendere personali, tanto è vero che in questo libro non troviamo soltanto i modelli citati, ma assonanze dei grandi classici”…
Le sue vere gemme più pure sono qui gli istanti, cupi ma radiosi d’argento, la catulliana “breve luce” o nuga fissata per denso monito, rimemorata, intonata ad afflato: “Se tu sparisci poi non c’è più nulla. / Nulla, più nulla. Eclissi a mezzanotte. / Era già buio, tanto buio, prima”.
Da questa fertile e lancinante “Eclissi”, sempre risorge la poesia, ci si riaccende il cuore tra fiamma vinta e cenere, fenice divinata, ansia in ogni nuovo bacio – o dono – trasmutata.
   

                                                                                                                        Plinio Perilli 

Nessun commento:

Posta un commento