Articolo pubblicato nella rivista Voce Romana - rubrica POETICANDO - Diario di un
laboratorio poetico
Critico
e anche narratore di vaglia, Sabino Caronia ha da sempre con la poesia un
rapporto privilegiato, insieme di dedizione storica e vocazione intimistica. E
vorrei almeno ricordare i suoi saggi raccolti in L’usignolo di Orfeo
(1990) e Il gelsomino d’Arabia (2001), oltreché i brevi ma
calibratissimi romanzi L’ultima estate di Moro (2008) e Morte di un
cittadino americano (2009), su Jim Morrison, il celebre cantante e leader
dei “Doors”, spentosi a Parigi a 27 anni, nel luglio 1971…
Conosce
insomma a perfezione tutto o quasi il nostro ’900, di cui ama in particolare la
cifra effusa e stoica di Cardarelli, ma anche il lirismo asciutto, all’inizio
rorido e via via sempre più tagliente di un Caproni… Sul filo della nostra
ormai annosa amicizia, e nella condivisione di non poche collaborazioni a
riviste romane di buon esito (una su tutte: il trimestrale “La Scrittura ”, da noi
animato negli anni ’90 assieme ad Antonio Stango e Idolina Landolfi, e altri
amici come Emerico e Noemi Giachery, Fabio Pierangeli, Ernestina Pellegrini,
Neria De Giovanni, Eugenio Nardelli, etc.).
Spesso Sabino viene a trovarci, durante i nostri laboratori poetici del
mercoledì, e s’intrattiene ad ascoltare la poesia degli altri, dei postmoderni
“lirici nuovi”… Talvolta ci legge anche le sue, che solo per un pudore
recondito si ostina a chiamare esercizi… Ora questo sua prima plaquette
poetica, Il secondo dono, uscita presso la collana “Le gemme”, che
Cinzia Marulli dirige a Roma per le edizioni di Progetto Cultura (àuspice Mauro
Limiti), salda insieme un debito (che Sabino ha verso il ’900 che ama), e un
credito che la musa poetica gira e offre a lui stesso…
Ci
sono passi e passaggi molto belli, degni degli orizzonti che Sabino ama, onora
e pratica da anni. Il versante di un’eterna, ininterrotta elegia fra sentimento
e realtà, briosa fabula della vita e sua aspra, severa deriva (cioè
macerazione) razionale. Mario Luzi parlerebbe insieme di Vicissitudine e
forma… Ma ecco ad esempio otto riccioli lirici in due quartine, davvero
capelli d’angelo, boccoli celestiali perché amorosi di una moderna nuance
petrarchesca: “Per gemma del tuo anello / prendi questo mio cuore, /
portalo sul tuo dito, / scaldalo col tuo sangue”…
Da quando Saba ci ha parlato e si è battuto
ancora e sempre in favore della rima fiore-amore, la più antica difficile di
tutte, sappiamo che non c’è etica in poesia che possa elidere o rinunciare
all’afflato medesimo del sentimento forgiato, ribaltato in sentire. Caronia ha
questo coraggio, e questo dono: dono donato, che si riceve e si rende
nello stesso modo… La stanza segreta del ’900 è e resta dunque in ogni poeta
tutta dentro di sé, come perenneffimero osservatorio, pensatoio
minimo/supremo d’ogni Realtà: “Altra cosa non chiedo dalla vita / che una
stanza per me dentro al tuo cuore”…
Cardarelli,
sì, il suo fragile, coerente cinismo d’innamorato d’Amore e del suo cantarlo,
cantarsi… Ma anche, e appunto, la geometria emotiva, la dialettica
trigonometrico/epocale di un verseggiare che adusa melodie e radiosità,
prestiti e canoni, aloni ed emblemi quale unica risorsa che valga, che conti,
nel dittare da dentro…
Due
suole a terra misurare alterne / l’indugio breve d’una sigaretta. / Veramente
la vita è fiamma vinta.
Anche
il Terzo Millennio, vuol dirci Sabino Caronia ha bisogno degli aurei,
peritissimi e sinuosi orditi di un sonetto (splendidi “A Giove Anxur” e
“Innamorati”); o di quei distici interni che accelerano e fissano in eterno le
anse e morbide, lentissime onde d’un rigoroso, infibrato fluire poematico… “Il
mio amore è una luce / che la notte non spegne”; “Cosa m’importa della
primavera / senza il verde segreto dei tuoi occhi”…
Salutare
poi i poeti amati e riamare in quella poesia anche la propria, non certo ad
imitazione – attenzione – ma semmai a provvido specchio fraterno: “Deserta
Andalusia che il cuore pungi / come pensiero di donna lontana…” (García Lorca).
Ancora Cardarelli, ammaliato e pudico all’unisono d’adolescente beltà: “Che
dirò mai fanciulla / nerissima di te? / Che dirò del tuo corpo / difficoltoso e
vago?”… Perfino una giovane Maria Luisa Spaziani restituita all’entusiasmo dei
suoi primi anni ’50: “La luna di Parigi / non è più la mia luna. / Nel suo
letto di perla / più non cullo i miei sogni”… Sempre e comunque l’optimus
Caproni: “Anima mia, stasera / va’ a Parigi, ti prego, / e con la tua candela,
/ timida, di nottetempo / fa’ un giro”…
“Un vero e proprio corto circuito…” – ha
ragione Dante Maffia nell’affettuosa introduzione – “una sorta di simbiosi che
lo ha spinto ad impossessarsi di movenze e di cadenze di questi maestri, fino a
suggerirgli, a volte, incipit e chiuse delle poesie che ha scritto. Un omaggio
e una condanna, a un tempo, ma che Caronia ha saputo rendere personali, tanto è
vero che in questo libro non troviamo soltanto i modelli citati, ma assonanze
dei grandi classici”…
Le
sue vere gemme più pure sono qui gli istanti, cupi ma radiosi d’argento, la
catulliana “breve luce” o nuga fissata per denso monito, rimemorata, intonata
ad afflato: “Se tu sparisci poi non c’è più nulla. / Nulla, più nulla. Eclissi
a mezzanotte. / Era già buio, tanto buio, prima”.
Da
questa fertile e lancinante “Eclissi”, sempre risorge la poesia, ci si
riaccende il cuore tra fiamma vinta e cenere, fenice divinata, ansia in ogni
nuovo bacio – o dono – trasmutata.
Plinio Perilli
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