“Le gemme” vuole essere una collezione di quaderni di poesia dedicata a poeti contemporanei opportunamente selezionati, con il proposito di rappresentare una summa della loro poetica. L’intenzione è quella, infatti, di raccogliere le gemme di ogni autore per sintetizzarne il discorso poetico e, al tempo stesso, per facilitarne la diffusione attraverso un formato semplice ma elegante e di immediato impatto visivo.Nella convinzione che non è certo la quantità a determinare la qualità, Progetto Cultura ed io, abbiamo ritenuto qualificante dare vita a questa nuova iniziativa editoriale nella prospettiva di testimoniare momenti di elevata ispirazione poetica, tali da potersi legittimamente inserire nel panorama letterario contemporaneo per la loro unicità e significatività, sia dal punto di vista contenutistico che stilistico.“Le gemme”, pertanto, non vuole essere soltanto una collana di poesia, ma una teca luminosa dove i poeti possono mettere in evidenza i loro tesori.



mercoledì 26 giugno 2013

Tommaso Debenedetti su Il secondo dono di Sabino Caronia

Se si dovesse racchiudere in una definizione il lavoro poetico di Sabino Caronia, si dovrebbe parlare di poesia della luce. Luce in tutte le sue tonalità, da quelle abbaglianti, così forti da sconfinare nell'opposto, a quelle più limpide, distese, alternate di penombre. Luce di paesaggi, di stagioni- l'estate in primis, il tempo fermo dei densi climi di cardarelliana memoria- ma anche luce sconfinata ed extratemporale dell'Anima che ritrova la sua fonte, il mistico abbraccio di una Divinità che è, per eccellenza, materna e donatrice. Scorrendo le pagine di questa bellissima raccolta, dal titolo non casuale "Un secondo dono", il lettore può scorgere, condensati e ricreati in una musica tenue e struggente, dall'inclinazione appena malinconica, tutti gli aspetti e i caratteri del Caronia critico (quello dell'"Usignolo di Orfeo" e del "Gelsomino d'Arabia", e di tanti memorabili scritti) e del Caronia narratore (quello de "L'ultima Estate" ma pure quello, splendidamente evocativo del racconto la Cupa e l'acqua chiara o dell'esemplare racconto sulle luci della festa ebraica di Khannukà viste attraverso gli occhi di Kafka). Si direbbe che il Caronia poeta e il Caronia saggista e scrittore si corrispondano in modo perfetto, fornendo l'uno all'altro climi, motivi, spunti, suggestioni. Per accorgersi di questa straordinaria osmosi, basti un'occhiata alle liriche di "Un secondo dono". Il "Giove Anxur" protagonista di tante pagine narrative di Caronia, viene evocato, nell'omonima poesia, come "paradiso perduto ove tornare vorrei per sempre a rivedere il Sole". Luce naturale che diviene luce metafisica, evocazione di un principio divino dall'aspetto interamente materno: "acqua materna ove è dolce annegare, cancellare il molteplice nell'uno". Nei versi di "In spirito e corpo" un paesaggio marino, quello di Gela, offre a Caronia l'occasione per dire:"rapirei la luce della tua gioia al sole per vincere anche il buio della notte più nera". Luce e buio, dunque. E il buio, nella notte dell'Andalusia cantata in "Fuente Vaqueros", si inonda di luci: "tengo chiusa la porta di fronte all'invadenza delle stelle". E' forse superfluo ricordare quanta importanza il rapporto luce-buio abbia nella critica di Caronia, per esempio nelòle pagine dedicate a Italo Alighiero Chiusano, a Cardarelli, a Sciascia, a Pomilio. Anche i gesti, le parole, gli affetti, vissuti nel ricordo, si fondono in visioni di luce: come avviene in "Il sole del mattino" e in "Non ho dimenticato": "Non ho dimenticato quel pienissimo sole, quel mare di smeraldo, quel morto paradiso". E ancora, struggente, soffocato grido che diviene canto: "Chi mi consola ormai dei soli spenti?". In "Ogni terzo pensiero" il rapporto luce-buio tocca il suo apice: "Lanterna nella notte/la tua piccola mano/mi fa luce nel buio/illumina il sentiero./Luce di luce vera/tu mi porti per mano". luce mistica nel buio, luce affettiva che accompagna, luce nel tempo e oltre il tempo, luce e buio dell'universo prenatale su cui, da sempre, converge l'originalissima indagine critica di Caronia. In questi versi, oltre a trasformare in poesia la sua intuizione di saggista e anche di scrittore (ricordiamo il Moro, narrato da Caronia,  da statista divenuto semplice uomo dell'ultima lettera dalla prigione : "Se ci fosse Luce sarebbe bellissimo"), l'autore ci conduce nel centro della sua percezione della Luce extratemporale della Fede, una Fede che, come fremito sotteso e discreto, impregna tutte le pagine della raccolta. Fede- ripetiamo- che è anzitutto percezione di una Luce nel buio, di una Mano che accompagna, di un universo fermo e sereno da cui si è partiti, nell'alba prenatale della vita, e a cui si torna. (E qui sarebbe doveroso citare un altro poeta della luce, e degli infiniti chiaroscuri dell'esistenza, per lunghi anni amico di Caronia, Elio Fiore). Proprio attraverso il senso della luce, Caronia evoca anche l'opposto: l'oscurità delle notti dell'anima, le delusioni , gli smarrimenti. Come la luce negata del cielo di Parigi: "La luna di Parigi non è più la mia Luna", o come il brivido che accompagna il ritmo della pesia conclusiva, quasi in misteriosa corrispondenza con certi toni del romanzo-saggio di Caronia su Jim Morrison: "E così me ne vado in  giro per le strade sotto più chiare stelle dentro il buio più nero ubriaco di sogni, di speranze e di cielo". E' difficile, davvero difficile, l'osmosi fra l'indagine critica e i ritmi della poesia. L'autore di "Un secondo dono" non solo è riuscito a darci un raro esempio di tale fusione, ma ha fatto molto di più. Ha intonato un canto delicato, limpido e tenerissimo, dell'esistenza e del suo continuo, incessante, mistico dialogo con la Luce.


Tommaso Debenedetti

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