Potrebbe creare una certa
difficoltà intervenire dopo le dottissime introduzioni alla silloge di Sabino
Caronia: siamo di fronte al filosofo e poeta Luigi Celi e al critico saggista
poeta Giorgio Linguaglossa che entrano con competenza nei versi e fra i versi,
sono i classici addetti ai lavori. Con Luigi Celi sempre mi trovo d’accordo e
anche questa volta non posso che complimentarmi con lui per l’attenta e accuratissima disamina del testo.
A Giorgio Linguaglossa, con il rischio - temo - di essere picchiata, dico che
la recensione di “Il secondo dono” nel recente n.54 della rivista “I Fiori del
Male”, e ovviamente insieme alle sue parole di oggi che fanno ad essa
riferimento, per me è la cosa più bella che di lui abbia letto ed ascoltato. Vi
chiederete perché questa istintiva improvvisa odierna passione, quando è
risaputo che Giorgio Linguaglossa produce cose dottissime. Perché lui qui ha
scritto con il cuore, almeno per un 80%, lasciando solo il resto alla ragione.
L’intelletto può regalare cose interessantissime, non discuto, ma a volte la
ricerca di un linguaggio complesso e complicato che scivola nel criptico,
potrebbe allontanare, come in questo caso, da una poesia invece diretta, che
trafigge facendosi forte del “conosciuto”.
Quindi, da lettrice, sono grata a Linguaglossa per come sia riuscito ad
illuminare in modo semplice e vero i versi di Sabino Caronia, appunto
attingendo dal cuore. E’ ciò che merita questa raccolta, fatta di alta preziosa
semplicità, mai ovvia e banale.E’ stata, qui oggi, ribadita più volte la scelta
della scrittura di Sabino Caronia, cioè quella di mettere a disposizione del
lettore la sua profonda cultura. Con citazioni e rimandi da lui
interpretati, sempre si fa rappresentare
da altri, altri poeti in questo caso. Del resto Sabino è stato per tanti anni
professore di italiano e latino nei licei, dove ha trasmesso cultura e
istruzione alle nuove generazioni – anche io, a dir il vero, quando lo leggo mi
sento alunna, molto imparo della letteratura -. E poi non dimentichiamo che è un
acuto critico che è abituato a parlare di Altri, anzi ama parlare degli Altri,
piuttosto che di se stesso. Il presente di qualsiasi essere umano presuppone il
suo passato, quello costruito con la propria storia. Questa potrebbe essere la
spiegazione nel mondo del reale, della mera cronaca, senza voler qui
approfondire una ricerca più sottile e più delicata nell’interiorità di Caronia
che, in altra occasione, mi sono permessa di analizzare o per lo meno di
suggerire. Riflessioni sempre del tutto personali di una lettricearchitetto che, per
deformazione professionale e impostazione di metodo, va alla ricerca del
progetto e della conseguente sua edificazione. Ma qui, invece, vorrei
brevemente accennare come, nel suo irrinunciabile modo di affrontare la scrittura
per comunicare, io trovi una profonda differenza fra la sua prosa e la sua
poesia. Mentre nella prosa le continue citazioni (nel libro dedicato a Jim
Morrison, ad esempio, occupano buona parte del testo) spezzano la narrazione
impegnando il lettore su due fronti : l’uno occupato da Sabino Caronia e il
secondo da altro scrittore o altro personaggio che interviene nel testo con
parole che appaiono slegate perché estrapolate da altri contesti, nella poesia,
invece, questo avviene in modo lineare e senza disturbo, anzi è gradevolissimo,
completa senza contrapporsi. La poesia stessa si presta meglio a questa
operazione perché è fatta di parole che traducono solo flash, di immagini o di
stati d’animo. Personalmente sono quindi
grata che Sabino faccia rivivere alcuni autori (come ad esempio Giorgio
Caproni, che è fra i miei preferiti) nel regalo di loro versi famosi , e che
prende come spunto, per poi mirabilmente svilupparli e farli propri con
musicalità, ritmo, armonia. Mi spinge a studiare, ad approfondire. Ecco, che
sia proprio questo “Il secondo dono”, questa seconda opportunità che Caronia ci
dà di godere ancora di versi che rappresentano la poesia lirica del novecento
così piena di suggestioni?
Ultima osservazione è che nella
poesia, diversamente dalla prosa, non ci si può nascondere. Quindi Sabino
Caronia viene fuori in tutta la sua autenticità, con i dubbi e le lacerazioni di colui che con la
sua fatica di vivere cerca di costruire un senso, una direzione. La prima parte
di “Il secondo dono” la trovo più bella e incisiva con le liriche: A Giove
Anxun, Innamorati, Come gemma d’anello, Ogni terzo pensiero, Sotto diverso
cielo.
Ma, per me, la gemma della
raccolta è La stanza, che non può passare inosservata ad un architetto alla
quale, quando legge e scrive, piace abitare l’anima.
Concludo proprio con questa poesia: La stanzaAltra cosa non chiedo dalla
vita/che una stanza per me dentro al tuo cuore,/povera, niente lusso, ma
pulita,/poco spazio mi basta e poco amore./ Un oceano di stanze interminato/ è
l’immenso palazzo del tuo cuore,/non lasciarmi di fuori col passato,/non
chiudere la porta al mio dolore.
Nessun commento:
Posta un commento