Sempre ho avvertito in Sabino
Caronia, filosofo, saggista, critico, commentatore raffinatissimo, anzitutto il
poeta. Ora, all'improvviso, con timidezza combattuta, affiora una sua raccolta
di poesie dal titolo enigmante "Il secondo dono" (quale dono tra gli
infiniti elargitigli dall'Essere supremo?). Penso che i suoi versi siano nati,
a poco a poco negli anni, quale tenuta rispetto a tutto ciò che, al
fondamento, risulta momentaneo e provvisorio. Mi sembra di cogliere inoltre che
la poesia di Caronia poggi costantemente più sull'autonomia del significante,
sull'incisione, sulla concentrazione dolente di fiotti della vita psichica e
avvolgente, ma passeggera: «Due suole a terra misurare alterne / L'indugio
breve d'una sigaretta. / Veramente la vita è fiamma vinta.»
Il suo «privato» giornaliero
diviene il «grandioso», l'evento significativo che ritroviamo in Saba, in
Caproni, Sereni, Montale, Luzi... Sabino Caronia vuole continuare a scoprire il
senso, l'idea, il solido della materia da ricondurre alla solidità, al vecchio,
all'antico, all'eterno, per giungere, pur nell'inconscio, al classico.
Significativa risulta la bellissima poesia «Fuente vaqueros»:
Deserta Andalusia che il cuore
pungi
Come pensiero di donna lontana,
Io lo so che non più di cavalieri
Erranti è tempo e di perduti
amori,
Perciò fuggo le lunghe strade
rosse
Che vanno dritte verso nessun
dove
E tengo chiusa la porta di casa
Di fronte all'invadenza delle
stelle.
È necessario tornare ai classici?
Tendere ad un linguaggio che diventi una «spinta in alto»? I presagi (e i
messaggi) scaturiscono dalla discrezione, dai silenzi lunghi, da profondissima
tristezza controllata; la melancolia che trascorre in questi versi deriva
dalla certezza della tradizione che si è allontanata, che il poeta di Terracina
vuole richiamare. Non è possibile infine tacere la presenza aurea di
Federico Garcia Lorca come riconosciuto da Dante Maffìa.
La memoria ritorna «come lampada
che non elimina la notte, il buio, ma permette di attraversarli».
Laura Canciani
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