“Le gemme” vuole essere una collezione di quaderni di poesia dedicata a poeti contemporanei opportunamente selezionati, con il proposito di rappresentare una summa della loro poetica. L’intenzione è quella, infatti, di raccogliere le gemme di ogni autore per sintetizzarne il discorso poetico e, al tempo stesso, per facilitarne la diffusione attraverso un formato semplice ma elegante e di immediato impatto visivo.Nella convinzione che non è certo la quantità a determinare la qualità, Progetto Cultura ed io, abbiamo ritenuto qualificante dare vita a questa nuova iniziativa editoriale nella prospettiva di testimoniare momenti di elevata ispirazione poetica, tali da potersi legittimamente inserire nel panorama letterario contemporaneo per la loro unicità e significatività, sia dal punto di vista contenutistico che stilistico.“Le gemme”, pertanto, non vuole essere soltanto una collana di poesia, ma una teca luminosa dove i poeti possono mettere in evidenza i loro tesori.



mercoledì 26 giugno 2013

La melanconia della rima in Sabino Caronia di Giorgio Linguaglossa

Sabino Caronia Il secondo dono Progetto Cultura, Roma, 2012

Recensione pubblicata sul n. 54 della rivista i Fiori del Male diretta da Antonio Coppola e sul blog Moltinpoesia il 25 giugno 2012


Il secondo dono,  così semplicemente si intitola questa plaquette di Sabino Caronia, quasi a celare un pudore inespresso o a dissimulare una ritrosia più che manifesta, quasi a chiedere venia per tanta improntitudine di apparire quale autore di un mannello di liriche. E liriche d’altri tempi, quando ancora c’erano i bambini che giocavano con l’aquilone su nel cielo e calciavano il pallone ad ogni cantone del trivio o del quadrivio. Ma oggi che l’arte della simulazione si manifesta con la singolare propaggine della scaltra dissimulazione di massa, dico, oggi, che altro dire di una lirica che si rivolge ad altra lirica del passato come ad uno sconosciuto elitario interlocutore che mai più vedrà la luce se non nel segno di un altro segno o in una cosa chiamata sogno, che forse mai più incontrerà il proprio interlocutore?
Ma la «simulazione» messa in opera da Sabino Caronia che cos’è? La simulazione del poeta di Corte? La simulazione del saltimbanco? La simulazione del carnevale? O quella del lirico intonso che fruga nel cassetto della memoria quanto sia sfuggito alla memoria? Né l’uno né gli altri, credo, ma soltanto un segno che cita un altro segno, un sogno che cita un altro sogno come un segnale di fumo che risponde ad un altro segnale di fumo, o un movimento del sopracciglio che risponde al tremore di lontanissimi sussulti delle foglie di un bosco lontano. Sì, dalla nostra epoca dell’oblio tutto il passato appare lontano, transeunte (o forse lo è davvero), tutto ci invita a cogliere l’attimo, come quando Adamo si convinse che fosse giunto il momento di addentare la famigerata mela. E così, Sabino Caronia si è deciso ad addentarla la mela, si è deciso a lanciare nel vento queste esili liriche nell’epoca che ha visto tramontare, e forse per sempre, la grande lirica del Novecento, lanciarle con la riluttanza e l’incredulità con cui oggi i bambini trattano gli aquiloni.
Giacché invano si cercherebbe in queste liriche il timbro originale, il marchio, la voce del poeta del nostro tempo, perché quella mandel'štamiana «bocca d’argilla» non può profferire, oggi, nient’altro che segni semantici di un’altra epoca poetica, quasi a volersi schermire dell’odierna. Forse, la simulazione è oggi l’unica innocua arma a disposizione del poeta per gareggiare con l’impossibilità dell’utopia, Caronia «parte dalla negazione radicale del segno come valore» ci dice Baudrillard, parte dalla reversione e messa a morte di ogni referente. È l’edificio della «rappresentazione» che qui è caduto senza alcun fragore, in quanto «falsa rappresentazione». È la «simulazione» che confligge con la «rappresentazione». La citazione diventa simulazione, e viceversa. Simulazione della poesia che avvolge l’«edificio della poesia» con una cortina di sottilissima nebbia, con aure e atmosfere che la distruzione dell’aura ha sancito dopo Baudelaire.
È la poesia moderna che parte dalla presa d’atto della caduta dell’aura e di ogni corona di alloro dalla fronte dei poeti. È un gioco puro, un puro gioco che si sostituisce al grande gioco di quella che fu un tempo lontano la grande poesia lirica del Novecento. E, in una certa misura, queste poesie di Caronia sono la liturgia di una tradizione scomparsa, epicedi di un lutto che portiamo al petto di una inestinguibile malinconia... e in ciò soccorre il poeta di Terracina la sagacia del verso dei crepuscolari, l’andamento da confessione, tra la filastrocca e la ballatetta, dell’io che si autoconserva mentre pronunzia la propria disparizione, tra rimandi impliciti ed espliciti alla recente tradizione tra Corazzini e Cardarelli, i preraffaelliti e i sopravvissuti poeti dell’evo moderno.
Ciò che svia il discorso poetico di Caronia dal soliloquio dell’io, ciò che lo distingue non è il suo smarrirsi tra le pieghe di una interiorità rastremata ma il suo sottrarsi alle pieghe avvolgenti e carnivore di un Hinterwelt reificato (e deificato) e posticcio che non seduce altri che gli odierni cannibali dell’interiorità rastremata e frastagliata, i falsi affittuari dei dolori dell’io, così posticci e fasulli da intimidire il lettore intelligente. Non c’è il quotidiano ma le reliquie del quotidiano. Direi che non c’è alcun paludamento in questi versi, nessun ricorso alla seduzione e all'incanto da vendere all'ingrosso, tranne la melanconia della rima che si maschera con quel poco di cerone che le rimane.   









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