Sabino Caronia Il secondo dono Progetto
Cultura, Roma, 2012
Recensione pubblicata sul n. 54 della rivista i Fiori del Male diretta da Antonio Coppola e sul blog Moltinpoesia il 25 giugno 2012
Il secondo dono, così
semplicemente si intitola questa plaquette di Sabino Caronia, quasi a celare un
pudore inespresso o a dissimulare una ritrosia più che manifesta, quasi a
chiedere venia per tanta improntitudine di apparire quale autore di un mannello
di liriche. E liriche d’altri tempi, quando ancora c’erano i bambini che
giocavano con l’aquilone su nel cielo e calciavano il pallone ad ogni cantone
del trivio o del quadrivio. Ma oggi che l’arte della simulazione si manifesta
con la singolare propaggine della scaltra dissimulazione di massa, dico, oggi,
che altro dire di una lirica che si rivolge ad altra lirica del passato come ad
uno sconosciuto elitario interlocutore che mai più vedrà la luce se non nel
segno di un altro segno o in una cosa chiamata sogno, che forse mai più
incontrerà il proprio interlocutore?
Ma la «simulazione» messa in
opera da Sabino Caronia che cos’è? La simulazione del poeta di Corte? La
simulazione del saltimbanco? La simulazione del carnevale? O quella del lirico
intonso che fruga nel cassetto della memoria quanto sia sfuggito alla memoria?
Né l’uno né gli altri, credo, ma soltanto un segno che cita un altro segno, un
sogno che cita un altro sogno come un segnale di fumo che risponde ad un altro
segnale di fumo, o un movimento del sopracciglio che risponde al tremore di
lontanissimi sussulti delle foglie di un bosco lontano. Sì, dalla nostra epoca
dell’oblio tutto il passato appare lontano, transeunte (o forse lo è davvero),
tutto ci invita a cogliere l’attimo, come quando Adamo si convinse che fosse
giunto il momento di addentare la famigerata mela. E così, Sabino Caronia si è
deciso ad addentarla la mela, si è deciso a lanciare nel vento queste esili
liriche nell’epoca che ha visto tramontare, e forse per sempre, la grande
lirica del Novecento, lanciarle con la riluttanza e l’incredulità con cui oggi
i bambini trattano gli aquiloni.
Giacché invano si cercherebbe in
queste liriche il timbro originale, il marchio, la voce del poeta del nostro
tempo, perché quella mandel'štamiana «bocca d’argilla» non può profferire, oggi,
nient’altro che segni semantici di un’altra epoca poetica, quasi a volersi
schermire dell’odierna. Forse, la simulazione è oggi l’unica innocua arma a
disposizione del poeta per gareggiare con l’impossibilità dell’utopia, Caronia
«parte dalla negazione radicale del segno come valore» ci dice Baudrillard,
parte dalla reversione e messa a morte di ogni referente. È l’edificio della «rappresentazione»
che qui è caduto senza alcun fragore, in quanto «falsa rappresentazione». È la «simulazione»
che confligge con la «rappresentazione». La citazione diventa simulazione, e
viceversa. Simulazione della poesia che avvolge l’«edificio della poesia» con
una cortina di sottilissima nebbia, con aure e atmosfere che la distruzione
dell’aura ha sancito dopo Baudelaire.
È la poesia moderna che parte
dalla presa d’atto della caduta dell’aura e di ogni corona di alloro dalla
fronte dei poeti. È un gioco puro, un puro gioco che si sostituisce al grande
gioco di quella che fu un tempo lontano la grande poesia lirica del Novecento.
E, in una certa misura, queste poesie di Caronia sono la liturgia di una
tradizione scomparsa, epicedi di un lutto che portiamo al petto di una
inestinguibile malinconia... e in ciò soccorre il poeta di Terracina la sagacia
del verso dei crepuscolari, l’andamento da confessione, tra la filastrocca e la
ballatetta, dell’io che si autoconserva mentre pronunzia la propria disparizione,
tra rimandi impliciti ed espliciti alla recente tradizione tra Corazzini e Cardarelli,
i preraffaelliti e i sopravvissuti poeti dell’evo moderno.
Ciò che svia il discorso poetico
di Caronia dal soliloquio dell’io, ciò che lo distingue non è il suo smarrirsi
tra le pieghe di una interiorità rastremata ma il suo sottrarsi alle pieghe
avvolgenti e carnivore di un Hinterwelt
reificato (e deificato) e posticcio che non seduce altri che gli odierni
cannibali dell’interiorità rastremata e frastagliata, i falsi affittuari dei
dolori dell’io, così posticci e fasulli da intimidire il lettore intelligente. Non
c’è il quotidiano ma le reliquie del quotidiano. Direi che non c’è alcun
paludamento in questi versi, nessun ricorso alla seduzione e all'incanto da
vendere all'ingrosso, tranne la melanconia della rima che si maschera con quel
poco di cerone che le rimane.
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